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Istanbul

Istanbul, città unica al mondo costruita su due continenti, un piede in Asia un altro in Europa. Istanbul, crocevia tra est e ovest, tra Europa e Asia, tra antico e moderno, a cavallo del Mar di Marmara, del Mar Nero e del Corno d’Oro.

Istanbul, come Roma creata su sette colli, capitale di tre imperi: il Romano, il Bizantino, l’Ottomano.

Istanbul, la più grande metropoli che si affaccia sul Mediterraneo, centro economico della moderna Turchia, proiettata verso il futuro ma ugualmente fiera del suo passato, di una storia a cui hanno fatto da sfondo, nel corso dei secoli, cupole e minareti, sultani e povera gente.

Istanbul. Eccola, dunque! Con i suoi stupendi palazzi, i suoi favolosi musei, i chiassosi bazar, i due ponti sospesi sul Bosforo; variopinta alchimia di sensazioni, di odori forti e pungenti, di vaporetti con le sirene urlanti, di venditori, di ambulanti, di preghiere lamentose. Un giro per la città e si ritrovano di colpo riunite tutte le epoche e tutte le culture. Città in fondo sconosciuta, dove si combattono mille elementi etnici e si incontrano tutte le decadenze, dove miseria e ricchezza convivono senza eccessive disperazioni, dove il fatalismo è rappresentato dalle sembianze di un gatto. Il gatto turco, in particolare, quello di Istanbul, diverso da tutti i gatti del mondo, con le orecchie lunghe oltre misura, il muso appuntito, la coda vaporosa. Si dice che ad Istanbul la cosa più bella sia il Bosforo ed è vero. Se Michelangelo avesse aderito all’invito di un sultano prodigo, chissà, forse il Buonarroti avrebbe saputo ricavare un capolavoro in più da tramandarci. Lui che di colori era così grande maestro. Ad Istanbul il colore è la nota più viva, infatti. E’ come l’incarnazione di un arcobaleno che si dà convegno sotto le volte dei bazar, tra le stoffe, i tappeti pregiati; o sulla terrazza del Topkapi Sarayi o nelle sale del Tesoro, tra lo sfavillio degli smeraldi ed il rosso acceso dei rubini, o nell’harem che è tutto un ricordo di concubine, di pianti, di gioie e di affanni. Come non rimanere del resto abbagliati davanti a miniature e manoscritti di inestimabile valore, davanti alle collezioni imperiali di argenti e di cristalli, davanti alle porcellane cinesi, davanti alle reliquie del profeta Maometto. Nel labirinto delle costruzioni del Topkapi il tempo sembra essersi fermato, assorto in riflessioni metafisiche, con la mente rivolta ai percorsi di Pierre Loti che – seduto di solito ad un tavolino di caffè – seppe cogliere tutta l’atmosfera di una Costantinopoli ormai in declino.

Con la testa gonfia di luoghi e definizioni comuni, ecco che allora ci si ritrova di fronte, all’improvviso, il palazzo di Domabahçe fatto costruire dal sultano Abdumecit I, con il suo lampadario di cristallo a 750 luci, con il suo tappeto (il più grande del mondo), con la stanza dove il 10 novembre 1938 chiudeva gli occhi Kemal Ataturk fondatore della Repubblica turca. Ecco, sulla riva asiatica, palazzo Beylerbeyi, palazzo Yildiz, palazzo Kucukcu. Ecco i Padiglioni minori: quello degli Specchi, quello dei Tigli, il Merasim, il Maslak, il Maiyet, il Floria. Sono tanti, mai però quanto è il numero delle moschee. Si dice che siano 1500. Impossibile visitarle tutte. Da eretici infedeli conviene entrare a Sultanahmet non prima di essersi tolti le scarpe. Un acre odore di sudore umano, misto a polvere e a muffa, viene a zaffate dalla parte più scura che precede il nartece. E’ l’ora della preghiera. Qualcuno ricorda che questo è un luogo sacro e che sarebbe meglio non scattare fotografie. All’ospite inopportuno si ripete il versetto del Corano: "Dio ha posto un sigillo sopra i loro cuori e sopra il loro udito. Sopra il loro sguardo è il velo". Ma perché preoccuparsene? Le ceramiche blu di Iznik, all’interno della cupola di Mehmet Aga, producono ben altro effetto. Se le orecchie sono tappate, gli occhi non hanno veli e possono cogliere così tutto lo splendore della moschea di Suleymaniye del grande Sinan, lo splendore ancora della moschea Fatih, della moschea Yeni, della moschea di Eyup dove è sepolto il seguace di Maometto. Sono mille luci , che piovono dagli archi e dalle gallerie dei ginecei sulla testa degli oranti, a separarci da questo mondo. L’ondeggiare di un flusso perpetuo di fedeli allontana le immagini e le disperde. In quel protrarsi spaventoso e sincrono, in quello sbattere di ginocchia e di fronti, in quel sollevarsi di dorsi e in quel riposarsi strano sulle piante dei piedi, con le mani sulle ginocchia, c’è veramente un’altra razza, un altro pensiero, un altro mondo.

Il risveglio è brusco, ed è quando si coglie più oltre lo splendore di Santa Sofia, "Haghia Sophia" che in greco significa "Sapienza divina". La ideò, pare, l’imperatore Giustiniano che ne affidò i lavori ad Artemisio di Ralles e ad Isidoro da Mileto. Secondo alcuni, solo ispirandosi a Dio i due artisti poterono plasmare un’opera così stupenda. "O Salomone, ti ho superato" esclamò alla fine Giustiniano. Un buon motivo perché Maometto il Conquistatore nel 1453 trasformasse la chiesa in moschea. Ma a che serve rammaricarsene? Ora non lo è più. Quello che conta, d’altra parte, è continuare il giro senza trascurare il Museo archeologico con il bel sarcofago di Alessandro; magari dedicando quel poco di tempo che rimane al museo dell’Oriente Antico, a quello dell’Arte turca ed islamica, a quello dei tappeti, a quello delle ceramiche. E, volendo, si potrebbe chiudere il <tour> con una visita all’ex Chiesa di San Salvatore in Chora con i mosaici dell’XI secolo, alla cisterna bizantina con le sue 336 colonne corinzie, all’Ippodromo. Galata e la sua torre, sono ancora lì ad aspettarti, alla fine di tutto.

Afflitta da una cronica e profonda crisi economica la Turchia sembra per nulla preoccuparsene. Men che meno Istanbul che è il condensato di tante contraddizioni per i tarli che la racchiudono, per la lussuria poliforme che la preme, per la decadenza perenne che l’avvolge; per cui non meraviglia affatto vedere alberghi lussuosissimi accanto a povere case di legno, abitazioni eleganti vicino a piccoli villaggi di pescatori, grandi industrie a fianco di attività artigiane, sedi di importanti giornali e televisioni ad un passo da fatiscenti tipografie. L’occasione migliore, per uno sguardo generale, è imbarcarsi allora su un vaporetto; e, una volta a bordo, ammirare la bellezza del Bosforo dove avevano navigato gli Argonauti, scendendo - se lo si voglia - ad Ortakoy tra gli artisti, spingendosi fino a Tarabya e Sariyer oppure all’isola dei Principi per passeggiare in carrozzella, ammirando le navi da crociera attraccate ad Atakoy. E semmai si abbia la passione per il golf, ecco uno sport che si può praticare benissimo, forse con qualche imbarazzo per la scelta: se al <Klassis Golfand Country Club> o al <Kemer Country Golf Club> o all’<Istanbul Golf Club>. E’ come stare all’Argentario. Proprio come i quartieri di Taksim, Nisantasi, Tesvikiye ti rimandano a via Condotti e a via Montenapoleone. Qui, sull’Istiklal caddesi o sulla Rumeni caddesi è possibile infatti ammirare i più bei show-room; da Bulgari a Cartier, da Versace a Benetton, a Fendi, Stefanel, Valentino. E quando si dice prestigio, niente di meglio che far shopping all’"Akmerkz" considerato uno dei migliori e più grandi centri commerciali d’Europa. Ciò nondimeno – e non suoni anacronistico – è sempre il Kapali Carsi, o Bazar coperto, a destare interesse con i suoi 4000 negozi, in un intreccio di strade, stradine, vialetti. Si dirà che è solo folklore. Sarà anche così, eppure è qui il fascino della città come la si ritrova, accalcati tra la folla che preme, nel Bazar delle Spezie o mercato egiziano, nei mercati delle pulci non lontano da palazzi ora vuoti. Ad abbondare sono ancora una volta i ricordi. Qui fu l’imperatrice Eugenia, lì abitò Guglielmo II, lassù Abdul Hamid soffrì d’amore, là è sepolto Von der Goltz. Gli ombrosi "yali", dove gelosi amanti nascondevano le loro belle, sono diventati asili ai corvi di giorno ed ospizio ai gufi la notte. La notte, appunto.

La notte fatta di divertimenti, di night, di casinò, di danza del ventre. In una piazzetta una giovane zingarella fa anche lei la sua danza. Avrà, sì e no, dieci anni. E’ brutta ma, ballando, è bellissima. La gente la guarda affascinata, presa dalla musica e dal movimento di quel corpo che si muove da solo. Sì, Istanbul è pure la zingarella; la stessa, forse, che incontrò Giulio Cessare allorché - raccontando di Bisanzio al ritorno di un viaggio  disse: "Non potei credere ai miei occhi".

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